



a u g u r i !





nella pressione d’acciaio di dicembre ammutoliamo;
scorre la tenda alla prima neve contaminata, scopre crepe nude, una vulnerabilità non bisognosa di dei, mortale;
recupero, scansione di feste ripetute per inerzia ; il corpo da copione in ciclostili d’auguri.
tutto ritorna al ciclo naturale nel mentre qualcosa si perde; dolce arriverà una nuova primavera, tornerà a danzare il valzer dell’estate vestito di pervinca, l’autunno barocco e noi restiamo affrancati al nostro non-essere, falso d’autore affamati di calore.
mettiamo un poco di rosso, un’opera d’arte classica, uno scialle d’argento, una poesia di Rilke, deux manchettes réversibles, un soffio che sa di principio e fine.

Dice Penelope
Non tessevo non lavoravo a maglia
iniziavo a scrivere e cancellavo
sotto il peso della parola
perchè è impedita l’espressione perfetta
quando l’interno è tormentato dal dolore
E mentre l’assenza è il tema della mia vita
- assenza dalla vita –
lamenti vengono fuori sulla carta
e il dolore naturale del corpo
che subisce privazione.
Cancello, straccio, soffoco
le vive grida
“dove sei, vieni, ti sto aspettando
questa primavera non è come le altre”
e ricomincio la mattina
con nuovi uccelli e lenzuola bianche
che si asciugano al sole.
Non sarai mai qui
ad innaffiare i fiori con il tubo
vecchi soffitti gocciolano
carichi di pioggia
e la mia personalità
dissolta nella tua
delicatamente come l’autunno...
Il tuo cuore eletto
- eletto perchè l’ho scelto –
sarà sempre in un altro luogo
e io con parole taglierò
i fili che mi legano
proprio a questo uomo
del quale ho nostalgia
finchè Ulisse diventi il simbolo della Nostalgia
e navighi imari
nella mente di ciascuno.
Ti dimentico con passione
ogni giorno
perchè tu possa essere lavato dai peccati
della dolcezza e del profumo
e così immacolato
possa entrare nell’immortalità.
E’ un lavoro duro e ingrato.
Unica ricompensa se alla fine
comprendo cos’è presenza umana
cos’è assenza
come opera l’essere
in tanta desolazione, in tanto tempo
come nulla possa fermare il domani
il corpo si rigenera continuamente
si alza e ricade sul letto
come preso a colpi d’ascia
a volte ammalato a volte innamorato
sperando
che quel che perde nel tatto
lo guadagni in sostanza.
Katerina Anghelaki-Rooke

[fotografie dal web]

il corpo è un potenziale poetico ed erotico. [?] la poesia nasce dal corpo, dalla radice delle cose, là dove le passioni hanno origine, nel timore reverenziale dinnanzi al misterioso ciclo della vita, prima della paura della morte.
il poeta è un divoratore della vita. cosa c’è? che manca? sono le semplici domande alla base di ogni vissuto davanti all’ironia della perdita costante [il volto allo specchio]. nel punto di saturazione esce la parola poetica, diventa sinergia, bordatura del vuoto, luogo dove riparare i dolori, i fallimenti, la mancanza ed anche proteggere la gioia, esaltare il furore dell’amore, contrastare il destino con la potenza creatrice. la ribellione è il positivo dell’assenza, un’interrogazione continua che divora materia, in immagini nitide, suoni, ritmi, depositati sul foglio bianco.
[fotografia dal web]

gestiva un localino a Glasgow. la sua era una famiglia di emigrati, il padre proveniva da una sperduta isola greca; da giovane ne aveva fatte di cotte e di crude sviluppando una vera e propria dipendenzasessuale. decise di trasferirsi con la moglie e l’unico figlio legittimo per evitare le rappresaglie delle donne offese.
aprì a Glasgow una latteria con cucina a gestione familiare, mise la consorte ai fornelli mentre lui stava al banco e serviva ai tavoli lanciando occhiate ai culi delle signore.
il figlio fin da bambino aveva manifestato un temperamento irrequieto ed intelligenza fuori del comune sicchè decise di mandarlo al classico dove si distinse per le doti di perspicacia ed astuzia divenendo il prediletto dei prof in particolare dell’ insegnante di greco antico.

la piccola donna zoppa portava caos nell’ordine sclerotizzato, inerte e muto. arrivava puntuale col profumo di violetta, volto nobile ed occhi belli, camicetta inamidata, sottana di lana spessa come crine.
anima ribelle, dissidente, dubbio e domanda nel dissolversi dell’inganno.
v’era lui a scioglerle i capelli castani a melodramma. il samovar, il grande ritratto ad olio appeso nel salotto, il paravento a proteggere gli abbracci.
luce di un quadro di Rembrandt la sua rivoluzione.
pensiero superiore nello specchio, latitante, vicino alla storia degli uomini oppressi. e folli .
sul quaderno a quadretti scriveva:
fu assassinata.

attendendo santa Lucia
c’erano il tavolo di noce, le tende ricamate alle due finestre sul giardino, la credenza con i cristalli, il lucido delle cose essenziali. forse da lì il dicembre chiaro, gelido ed affilato, cielo terso immune al peccato. berretto di lana e scarpe con la para, s’andava agli Oh bej! Oh bej! a scegliere la statuina per il presepe, il filo intermittente di lucine, carta crespa; e prive d’ogni pena tornavamo all’azzurro dell’infanzia ad addobbare la stanza del Natale. per nulla al mondo avrebbe disatteso, mia madre, il rito di santa Lucia, quell’ultima volta, un lume e dolci sul davanzale, nel cuore la sua paura.
le sono riconoscente di quest’eredità, residuo della festa. nel cerchio di un pensiero oggi sono andata a zonzo, le mani nel caldo della tasca, i ricordi ben piegati sotto la giacca, a rintracciare un sorriso e una statuina.
ramo di plastica il Natale, periferia d’ingiustizie e di miserie, nell’incalzare dell’inverno appare il falso, il buonismo a scadenza, l’illusione mercificata, eppure nel rovescio trovo tenue la grazia di semplicità e bellezza attendendo santa Lucia.
[dimmi della dismisura dell’amore, non importa se improbabile, lasciami nell’errore, lasciami umana].

in treno lo spazio di confine scorre
siamo tutti di passaggio - passeggeri
sguardi annebbiati come fossero cortine
orizzonti obliqui, trasferiti; caparbia speranza
di una vita migliore? riflessi al finestrino
profili estranei in transito. suona il cellulare
fra gli ingombri di valigie ed illusioni


ho protetto il limone dal gelo, messo acqua al melograno, poco dopo è risorto;
ho bisogno di non prendermi troppo sul serio non per ritrosia e modestia. sono un’immodesta naturale; è tenerezza, lasciare i vetri aperti al turchese, alberi visti fuggire dal treno; se vuoi è alta tensione, amore la forza motrice che fà apparire il lampo di furore; allora nel rovescio di pensieri invernali, dei segni della vita, uno scarto appena, duttile al migliorare.